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UN CANTO CONTRO LE SIRENE

3 settembre 2012

LA FINE DELLA II REPUBBLICA E LA GRANDE CRISI

Con la querelle sulle intercettazioni (indirette) del Capo dello Stato sembra chiudersi in Italia un ciclo politico. Praticamente la cosidetta Seconda repubblica, quella del bipolarismo e della corruzione berlusconiana. A chi guardi senza pregiudizi lo scenario, non sorprende che i “piedi sul Colle” siano arrivati prima della scadenza del mandato settennale, in modo da livellare nel fango il Presidente, la magistratura e le famose inchieste sulla trattativa stato-mafia, “proprio quando si era a un punto decisivo” dell’inchiesta relativa – al tempo stesso gettando le basi per una possibile Terza repubblica, stavolta davvero populista, cioè autoritaria. In questo teatro del suicidio politico istituzionale sono tutti protagonisti, a partire dai media, ma forse si tratta di un rituale, tipico di una classe politica che pur di non aggiornarsi preferisce suicidarsi, contando su una risposta di regime a una possibile disperazione popolare – processo attraverso il quale si possono comunque mantenere proprietà e privilegi acquisiti. Le ultime vicende della Roma repubblicana prima di Cesare mostrano affinità con l’odierno ribollire sociale italiano: i cavalieri manterranno il potere, proprio mentre il loro “modo di produzione” iniziava ad andare in crisi.

Ora l’industria italiana è in declino. Prima della crisi finanziaria globale, prima della crisi (forse irreversibile) del capitalismo quale crescita infinita del Pil, è il modello industriale italiano a essere obsoleto ed ecologicamente insostenibile. Ed è la troppa diversità dello sviluppo capitalistico nei paesi del sud da quelli del nord ad acuire oggi la crisi finanziaria in Europa. Finché si doveva produrre merci, il polo sud e il polo nord dell’Europa hanno fatto un potente magnete. Il decennio dell’euro è servito a indebitare i poveri (Grecia) di questa bella moneta nuova, e far guadagnare i ricchi, quindi la Germania ha potuto investire in ricerca e innovazione. Oggi quello che occorre ‘produrre’, in una decrescita di fatto (necessità-virtù), è solo immagine, virtualità finanziaria dei beni, necessaria a venderli in borsa. Quello che oggi serve è un’elite tecnico-finanziaria di un’Europa federale, potenza continentale, colmando il ritardo con gli Usa e la Cina che già lo sono. E questa sarà la risposta autoritaria europea, da sperare il più ecologico-sociale possibile.

Se è così, la crisi della sinistra è tragica e irreversibile. Perché dalla governance (a sovranità €) è esclusa ogni considerazione “etica” o di “giustizia” in senso tradizionale, essendo caduto insieme al welfare il pensiero stesso dell’eguaglianza e della fraternità. La sinistra non ha più una legittimazione politica in quanto non ne ha una ideologica, quella che era la sua “visione”, la classe del lavoro dipendente che si emancipa con le lotte, progressivamente non ha più luogo. Resta così incomponibile tutta la dissidenza, la rabbia, l’indignazione, la rivolta del comune.

E però bisogna pur risalire a una qualche verità antropologica. Nella recensione a Gilbert Rist I fantasmi dell’economia (il Manifesto 29 agosto), Paolo Cacciari lo segue affermando che “la ragione della forza mobilitante dell’economia sta nel fatto che non è una scienza, ma una credenza. Non fornisce una rappresentazione realistica del mondo, ma ideologica, immaginifica, mitica. E, per nostra somma sfortuna, «la teoria economica deriva dal paradigma della guerra. Guerra contro la natura, guerra degli uomini tra di loro>. Certo, ma se fosse ‘soltanto’ questo, decenni di demistificazione, cultura alternativa, soluzioni ecologiche e occupy avrebbero travolto, almeno ideologicamente, queste “credenze” del dio denaro. Ma – oltre al fatto che le generazioni non hanno memoria se non (al massimo) di quella precedente, e dunque occorre sempre ripartire da zero – c’è qualcosa di più profondo, io credo, sotto la credenza del dio denaro. Ciò che nessuno, di destra o di sinistra, mette più in discussione, ciò che è il grund sotteso – forse più della stessa libertà della donna – a ogni atto di lavoro e distrazione è: meglio morire lavorando in questo mondo ingiusto e insostenibile che tornare alle candele, alle frustate e soprattutto al colera. La fedenel progresso tecnologico, specialmente biomedico, tipica del modello occidentale, domina l’inconscio collettivo. Meglio “morire lavorando” – sacrificarsi in un sistema che potrebbe un giorno fabbricare automi al posto dei lavoratori, e dove qualcuno, magari un mio discendente, potrebbe riuscire non solo a curarsi da ogni malattia, ma a comprarsi l’immortalità. E, per le menti più aperte: perché qualcuno, in rappresentanza dell’intera umanità, e dunque anche mia, potrà un giorno mettere piede su altri pianeti, conquistare lo spazio, e magari prima o poi incontrare davvero l’Altro, un’altra razza intelligente. Su queste fortissime pulsioni simboliche gioca la New Age, prosecuzione soft della politica con altri mezzi, cioè (non solo) via web.

Contro queste immagini (energie archetipiche), s’infrange persino l’evidenza disastrosa della crisi economico-finanziaria, così come quella opposta della convenienza e piacevolezza di produzioni sociali ed ecologiche. Prima che economico, politico o di classe, è il nostro schema antropologico a costituire l’appartenenza al “pensiero unico” dell’Occidente. Tale schema è in effetti trasformabile in primis attraverso vie esoteriche di liberazione individuale – yoga, tantra, tao – e quindi attraverso esperienze comunitarie. Ma può la mistica essere la “norma dell’uomo” comune, come invocava Zolla ?  C’è forse una musica, un suono, un canto o un’azione comune – una qualche ‘arma’ più sofisticata di quelle industriali – capace di vincere le Sirene dell’Immortalità?  Potremmo, avremmo potuto, tapparci tutti le orecchie, solo nella fede che vi fosse, al di là delle Sirene, un Ritorno a Casa… ma il ritorno, come già vide Kubrik, è nello Spazio.   

 

 

ODIN TEATRET-Dimostrazione Padova 1998

30 agosto 2012

Come sanno gli storici del teatro, l’Odin Teatret tenne a Padova una delle prime sessioni dell’ ISTA (International School of Theatre Anthropology), nel 1990, ospite di Teatro Continuo. Indimenticabile in quell’occasione la ‘decostruzione’ della danza indiana da parte di Sanjukta Panigrahi. Ma non meno intensa e formativa è stata la stagione 1998 di workshop e dimostrazioni di lavoro, soprattutto tenute da Julia Varley. Di lei, omettendo le spiegazioni (per un problema di audio)  – assieme a Roberta Carreri, Iben Nagel Rasmussen, i musicisti Jan Ferslev e Kai Bredholt e un meravigliosamente danzante Torgeir Wethal (da sempre attore dell’Odin, stroncato da un tumore nel 2010)  – qui si propone un frammento emozionante. 

 

ANDREA ZANZOTTO: (PERCHE’) (CRESCA)

28 agosto 2012

Un giorno ormai lontano, aprendo a caso il Meridiano Mondadori delle Poesie e Prose scelte di Andrea Zanzotto (1999, a cura di Stefano Dal Bianco e Gian Mario Villalta), lessi questa poesia in silenzio (p.587, da Il Galateo in Bosco). E immediatamente scesi giù, dove avevo un dat per registrare, e misi un disco a caso: registrai la mia lettura ad alta voce, divertendomi molto con il ‘rameggiare’ di una così esplicita tensione-pulsione erotica, con il ritmo di una reale improvvisazione, e relativo climax…  Philip Glass sembra evocato dalla lettura stessa… il cui divertissement, forse ‘barocco’, mi chiedo se rende giustizia al testo indubbiamente ‘performativo’ di Zanzotto.

PINA BAUSCH – Fur die Kinder (Splitter) Venedig 2005

14 agosto 2012

Dopo “Pina” di Wim Wenders (2011, in 3D !) – che non solo intervista gli attori del Wuppertal TanzTheater, ma ricostruisce le scenografie più emozionanti di Pina Bausch – nessun miracolo filmico può restituire ancora qualcosa della forza vitale di quello stile, quello che di più d’ogni altro forse ha segnato la Kultur del teatro-danza europeo nell’ultimo scorcio del secondo millennio.

Qui si propongono frammenti in particolare dagli assoli di Ditta Miranda Jasifi e Aida Vainieri: diversissime, eppure accomunate da rapidità esecutiva, intensità espressiva del corpo, potenza (e)statica – le due danzatrici sembrano far risuonare due caratteri essenziali del teatro collettivo di Pina Bausch: la compassione e l’eros.  

MARIA ZAMBRANO: L’ALBERO DELLA VITA. LA SERPE

22 luglio 2012

Da: I beati (Los bienaventurados, 1990), trad. Carlo Ferrucci, Feltrinelli 1992.

L’Albero della vita. La serpe: di María Zambrano (mirabilmente volto in italiano) questo testo profondamente intricato (come il soggetto di cui tratta), è denso di un pathos ‘olistico’ resistente a ogni razionale ‘ordine’ enunciativo: l’origine della vita, la sua crescita, il rapporto terra-madre-figlia, il sacrificio cosmico – un pensare di titanica complessità, ostinatamente presentato nella forma più laconica e “viscerale”. Questo carattere cerca di trasmettere la mia lettura (del 1994), con la sua (irripetibile) adesione appassionata e imperfetta, esitante e incespicante sugli abissi di senso, sulle trasversali rivoluzioni – e il cui unico fine è ricondurre al testo scritto per una sua meditazione. 

ELEMIRE ZOLLA SU NIKOLAI ROERICH

11 luglio 2012

ELEMIRE ZOLLA su NIKOLAI ROERICH, Gargnano 1996.

Di questo primo convegno internazionale su Nikolai Roerich (1874-1947), si presenta qui (quasi integrale) la relazione conclusiva di Elémire Zolla. Solo in audio, per dare spazio alle immagini del pittore russo, assolutamente unico. Una produzione sterminata – 7000 quadri, che ora si trovano fra gli Usa (gran parte al Museo Roerich di New York) e la Fondazione Roerich di Mosca – e lo stile inconfondibile, sempre più essenziale nel periodo himalayano, lasciano l’osservatore a bocca aperta per lo stupore, il thauma – per i greci all’origine della filosofia, o il samvega vedico: non di fronte a uno spettacolo della natura, ma a quello della sua folgorante ri-creazione – l’occhio del pittore ha penetrato le forme formanti della montagna e dei suoi asceti, ha conosciuto a una pari e reverente altezza l’essenza dei suoi colori archetipici, e questo realissimo impossibile ci trasmette.

Roerich, con la moglie teosofa Helena Ivanova, è famoso per il “Patto per la Pace”, cioè per la Cultura come salvaguardia dell’Arte, valore spirituale e patrimonio dell’umanità (come oggi si dice) – firmato nel 1935 con Roosvelt e 21 stati americani (proposto perciò al Nobel) – e per le sue grandi spedizioni himalayane, in cui raccolse preziosi documenti antropologici e paesaggistici.

Ma la cosa più singolare del Convegno del 1996 sono state proprio le conclusioni di Zolla. Un singolare excursus sull’ipotetico Shambala, progetto politico russo-tibetano, che affonda le sue radici nel simbolismo e nel cosmismo russo prerivoluzionario, e che avrebbe accompagnato Roerich assieme ai governi russo, tibetano e indiano fino all’epoca di Stalin. Una vicenda intrigante ma verosimile, quale interpretazione profonda della missione cui Roerich avrebbe dedicato la vita. Tale risvolto non compare nella corposa (ma “contestata”) ricostruzione di wikipedia, e bisogna supporre che Zolla abbia consultato direttamente fonti russe – oltre che, naturalmente, la sua grande intuizione.

 

CACCIARI: MERAVIGLIA IN POESIA

10 luglio 2012

Al Festival di Filosofia di Modena 2011, Massimo Cacciari (al termine della sua lezione) risponde a una domanda di Nicola Licciardello: “Se in filosofia e poi nella scienza non c’è più alla base lo Stupore, la Meraviglia per la Natura, da cui originano le domande dell’uomo, c’è ancora oggi alla base della poesia quel Thaumazein ?”. Cacciari risponde di sì, che sono linguaggi diversi, non escludentesi. Eppure, si può constatare che nella gran parte della poesia contemporanea non c’è, di fatto, quella Meraviglia. La questione dunque non è sul linguaggio, ma sul mutamento antropologico ? 

IL RITMO ALL’ORIGINE DELLA FORMA

18 giugno 2012


Pubblico la relazione fatta jeri al NATYAKALA,

Ciclo di Incontri sulla Musica e la Danza Indiana

a cura di Marianna Biadene e Fabio Lazzarin

 

LA PALABRA DE LA POESIA

20 maggio 2012

VI Festival Internazionale LA PALABRA EN EL MUNDO, VENEZIA 13-14 maggio 2012.
Dedicato alla PACE. Grazie soprattutto a Giuliana Grando (Ass. Italia Cuba) e Anna Lombardo (“Le voci della luna”).
Tre lingue, tre ritmi di parola poetica: il canto tragico e sciamanico della messicana Jennifer Cabrera, il felpato passo della libanese Hanane Aad, l’implorazione asciutta del kannada Shivaprakash (attaché culturel all’Ambasciata d’India a Berlino). Tre forme di POESIA per scongiurare l’odio, la vendetta, la guerra — di cui c’è sempre più bisogno.

JENNIFER

HANANE

SHIVAPRAKASH

PER FARE IN COMUNE

27 aprile 2012

PER DEFINIRE I BENI COMUNI

Nonostante il nome “Alba. Alleanza Lavoro Beni Comuni Ambiente” abbia avuto più voti (134) che “Lavoro e Beni comuni” (90), è probabile che a Firenze venga approvato il secondo, perché più semplice. Avevo proposto “Fare Comune” (17 voti), come urgente invito all’agire, trasversale e territoriale, ma è troppo polisenso. L’articolo di Asor Rosa (oggi sul Manifesto) consente di completare il dibattito sulla proposta del Soggetto Politico Nuovo. Cerco di riassumere le varie posizioni, non per cercarne una sintesi, ma per averne un quadro concettuale, che aiuta a chiarirne le strategie politiche sottese.

La prima è quella per esempio di Centro Studi Alternativa Comune di Ya Basta (Antonio Musella e Leandro Sgueglia, in “Micromega” 30 marzo 2012) “sono beni comuni, cioè commons, le risorse primarie naturali, i suoli, il sapere, l’arte, le altre produzioni sociali; l’abitare, il lavoro, il reddito sono invece diritti sociali”, ed è qui che forse ha ancora senso la categoria di “pubblico” versus “privato”. Ma per andare a un “governo comune dei beni comuni” valgono soprattutto i “meccanismi mutualistici e cooperativi” sviluppantisi durante le lotte, e un più permanente “fare società”, cioè “l’autogoverno delle comunità” e addirittura il “tumulto costituente”.

Asor Rosa invece diciamo che ‘torna al classico’: lotta di classe come paradigma storico-politico, ma democrazia rappresentativa riformista, beni comuni (tolto ogni orpello teologico e buonista) ricondotti a quelli “pubblici”. Fra questa prospettiva ‘sistemica’ (in parte sovrapponibile a quella di Rossanda) e la prima – che discende dalla ‘moltitudine costituente’ (‘oltre’ il pubblico e il privato) – si situa una galassia di elaborazioni, fra cui quella degli estensori del Manifesto per un soggetto politico nuovo, riassunta nel coniugare Lavoro e Beni Comuni. Gli altri nomi proposti sono però indizi dei diversi accenti posti su diverse strategie. Non se ne può fare un unicum, perché esprimono ideologie, articolazioni e valori direi incarnati anche in precise entità politiche: dai Centri sociali a Rifondazione Comunista a Sinistra Ecologia e Libertà, e mettiamoci anche i Verdi.

Ma una cosa buttata lì nel finale da Asor Rosa mi pare importante (da collegare alla visione di Guido Viale):molti soggetti collocati liberamente all’interno di un terminale che fa da punto di riferimento logistico (niente di più) dell’insieme (se mai avrebbe senso lavorare, con i medesimi criteri, per una Rete di Reti”. I ‘contenuti’ di questa rete di reti sono ben scanditi nella visione di Viale, articolata su molti livelli: “riterritorializzazione, sovranità, transizione partecipata” – non solo consumi condivisi, ma “fare impresa” comune sul territorio, “ambiente come bene comune, la cui salvaguardia, a beneficio delle generazioni attuali e future venga affidata a chi su quel territorio vive e lavora”. E mentre sul piano diciamo riformista, o della rappresentanza, è imprescindibile una rinegoziazione del debito (“la decrescita è un fatto, il problema è governarla”), “sedi di formazione specifiche sono già in parte molte esperienze pratiche di altraeconomia, di imprese sociali, di gruppi di acquisto, di associazioni e comitati territoriali”.

Un’idea del soggetto politico Nuovo come facilitatore di istanze già in corso, e una lungimiranza sul medio periodo – che è anche quella di Rodotà, quando parla dei beni comuni “funzionali all’esercizio di diritti fondamentali, e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo”. L’unica cosa che aggiungo a tutto questo (non c’è nel programma dei verdi italiani) è che in questa transizione abbiamo bisogno di poesia, intesa come gioia del fare-in-comune, e questa viene da un’esperienza di ‘riconversione’ ecologica della nostra mente. Quando dico “sacralità della comunità umana come parte della natura” intendo una cosa molto semplice: quando viene una bella giornata dopo molto cattivo tempo, la si celebra – con una passeggiata, mezzora di sole, dei contatti. Niente che venga prima, nessuna scadenza, nessun contratto (si vedrà l’indomani) – prima la natura: Fare pace con la terra, dice Vandana Shiva, è un diritto umano universale, come quelli del 1948.

 

 

19 aprile 2012

SOGGETTO POLITICO NUOVO ­– “FARE COMUNE”

 

Da Padova (tuttora referente per la “poesia bene comune”), con meno di 1000 euro al mese trasferitomi da qualche anno in un paesino dell’Alta Maremma – dove provo a condividere pratiche e linguaggi – rispondo alla vostra mail del 17, che invita alla discussione sul nome del Soggetto Politico Nuovo, avendo partecipato ieri sera all’incontro territoriale di Siena, coordinatore Massimo Torelli. Ho lì condiviso lo sconcerto per l’articolo di Ugo Mattei sul “Manifesto” del giorno stesso, che mi sembra una ‘caduta di stile’, forse un ‘attacco preventivo’ ai politici che criticano il Manifesto iniziale per mancanza di contenuti. Non ci è parso il momento né la sede migliore per gettare sul tavolo tutte le carte (proponendo già il nome ‘partitico’ <Lavoro e beni comuni>): in modo così affrettato sul “che cosa faremmo noi nei primi 100 giorni di governo” – dalla guerra mondiale di liberazione a fianco dei popoli oppressi del Sud globale al ripensare l’euro come valuta, all’immediata uscita dell’Italia dalla Nato, la tassa patrimoniale e quella di successione, il reddito minimo e quello massimo, la moratoria sulle grandi opere e sulle dismissioni del patrimonio pubblico,  addirittura una (semplice ?) semplificazione dell’ordinamento giuridico (fortunatamente con depenalizzazione dell’uso della droga). Beninteso, tutti obbiettivi condivisibili, ma l’elenco un po’ massimalista o giacobino non il più adatto ad allargare il consenso: persino Negri, qualche giorno prima, aveva giustamente proposto un solo punto, il reddito di cittadinanza (non quello “minimo”). Programma non esaustivo: assenza di norme sulla gestione del territorio, dell’energia e dei media. Questioni assolutamente centrali.

Comprendo le ragioni della fretta politica, e condivido l’ entusiasmo che un Nuovo progetto genera, ma pensavo che il NOME venisse più avanti (il Nome è tutto !), dopo una più lunga incubazione che dimostrasse fondati i presupposti metodologici avanzati nel Manifesto, quelli del capitolo sulle “passioni”,  anzi sull’ autogoverno delle passioni, cui aggiungerei l’umiltà del servizio. Si vedrà se queste qualità le pratichiamo già: declinate qui come tecniche per un reale processo partecipativo, per ora sono l’unico contenuto innovativo del Manifesto. Necessarie, ma non sufficienti.

Il linguaggio, la parola è tutto, e dal Manifesto non evinco una visione capace di fare “egemonia”, cioè ‘potenza’ di un nuovo governo. Non si tratta di crescita o decrescita, ma di un pensiero e un’esperienza  che siano non “all’altezza della tecnica della globalizzazione finanziaria predatoria” – per semplicemente contrapporsi ad essa (o, come Bifo, in disperata ‘secessione’ da essa) – ma molto più in alto, lungimiranza volta al futuro  – perciò vincente. Einstein disse che non si può risolvere un problema nato a un livello di pensiero partendo dallo stesso livello di pensiero che lo ha generato. Dunque una rivoluzione epistemologica, che non pensi in termini di spread finanziari, ma che si dia come paradigma trans-culturale verticale, al centro una visione “olistica”: la sacralità della comunità umana come parte della Natura. Il Tutto, l’olon è in ciascuno di noi e in ciascun filo d’erba (a proposito di Whitman), è il “bene comune” di base. I cittadini dovranno essere “qualificati e informati” sui massimi sistemi, sull’ecologia che li riguarda intimamente, oggettivamente, prima ancora delle loro soggettive “passioni”.

Le cose che Guido Viale dice da tempo evocano una tale visione globale, ma un soffio di poesia ce l’ha solo all’inizio, evocando la ‘conversione’ verticale che ognuno oggi deve compiere.  Nel Manifesto non si esplicita abbastanza il discorso sulla “formazione” di un soggetto politico Nuovo. Ma proprio di formazione, di cultura necessita un’organizzazione e un’appartenenza simbolica. Si dice: “L’organizzazione politica dovrebbe essere il grande laboratorio in cui si inventano e si forgiano i nuovi linguaggi di un dialetto universale […] nell’inclusione e nella contaminazione connessione-ibridazione tra identità”. Ma questo è il linguaggio orizzontale degli artisti contemporanei, i “narcisi” perfettamente inseriti nel sistema finanziario. In realtà le identità del singolo, come quelle di ogni paese, sono già “contaminate” e in continuo mutamento, si tratta di trovarne denominatori comuni più in profondità, più “dal basso”, ma anche più dall’alto, dallo spazio. Pochi giorni fa il “Manifesto” pubblicò un discorso di Edouard Glissant (in dialogo con Derrida): “Se vogliamo veramente incontrarci, noi che veniamo da mentalità così diverse, da culture così diverse, da teologie così diverse; se vogliamo incontrarci in un luogo, allora dovremo ripetere insieme, come si dice che un attore di teatro ripete la sua parte. Perché bisogna ripetere insieme e perché il tremore è un’arte, prima di tutto un’arte della ripetizione”. Qui si individua nel ritmo un denominatore comune, in quanto disciplina linguistica, artistica, religiosa. A Zuccotti Park, invece del microfono c’erano i più vicini a chi interveniva a ripetere in coro. In Italia non si è riusciti a “occupare” un luogo per più di mezza giornata (mesi a Wall street o alla Puerta del Sol, settimane alla cattedrale di S. Paul). Perché da noi non sono abbastanza forti i rituali  di resistenza non-violenta nella ‘metropoli’. Invece si è scatenata una grande fantasia e resistenza nelle lotte operaie (mesi), e nei grandi cortei (la festa di un giorno). Fondere questi processi dovrebbe essere il servizio di una entità politica nuova. L’ Italia poi ha un tessuto connettivo di piccole imprese, con meno di 15 dipendenti o individuali, di ex e nuovi artigiani, molti fortemente innovativi in nuove produzioni ecologiche o in software.

L’incoraggiamento a queste soggettività, con la creazione di cornici istituzionali e finanziarie favorevoli, dovrebbe essere uno dei pilastri di una nuova politica. Assieme alla regolazione delle emittenze televisive, fine dei monopoli, incentivo alle culture locali – dai Parchi letterari alla musica alle reti web. Quello dei media è il settore chiave, prima di Berlusconi lo avevano capito nazismo e fascismo, Hollywood e il rock’n roll… Se non cambia il linguaggio televisivo, fondamento biopolitico del modello individualista che ha portato al debito sociale, è vano pensare a un governo nuovo. Quel linguaggio colonizza l’immaginario di tutti, anche di chi lo critica. I neuroni specchio ci fanno rivivere continuamente stragi, terrorismo e narcisismo. Dobbiamo continuamente, con qualsiasi tecnica psicofisica, disintossicarci e ri-trasformare il linguaggio. E se chi viene licenziato non può farlo (subito), il problema non è il lavoro ­– per una piena occupazione basterebbe la rivalorizzazione delle reti pubbliche, a partire dagli orti urbani – il problema è la trasmissione, la connessione, l’interfacciamento delle realtà, delle soluzioni di impegno e di vita.

 Alla fin fine, ciò che tutti vogliamo – e quindi ciò che un movimento deve promettere – è meno stress e un po’ di felicità, di altro tipo rispetto a quella usa e getta. C’è molto da fare per fare comuni i beni. I “beni comuni” non esistono finché non li rendiamo tali. Per l’acqua, la risorsa più comune, si è vinto il referendum, ma l’attuazione s’inceppa. Sul territorio sarà ancora più difficile, ma certo gli epicentri dovranno tornare ad essere le amministrazioni dei Comuni. Con la collaborazione, gli incroci di competenze, le convergenze di interessi, la discussione pubblica, l’immaginazione tecnica per le soluzioni più semplici ed estetiche (ah, le inseminazioni dei fiori !), gli spazi liberi per la ricerca di invenzioni dal minimo impatto e miglior risultato energetico. Il bello comune. Il bello di un lavoro fatto insieme è fuori mercato, per questo ha benefici effetti sul sistema limbico e sul sistema immunitario. La pura gioia di progetto ed esecuzione collettivi. Perciò penso che il nome giusto per la cosa giusta, se proprio bisogna darlo subito, sia molto semplicemente FARE COMUNE. Non il lavoro da una parte e i beni comuni dall’altra – dati che problematicamente occorra ‘coniugare’ – ma il lavoro comune necessario a mettere-in-comune le risorse e le esperienze. FARE COMUNE: verbo piano e asciutto, e insieme esortazione a una rinascita infinita, perché parola che non si consuma, che mantiene l’indicibile e la sua ‘potenza’.

 

18 aprile 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HORCYNUS ORCA: L’ACITANA E IL GRAN VISIRE

13 aprile 2012

HORCYNUS ORCA-ACITANA E GRANVISIRE

 

E’ questo forse uno dei pochi brani ‘amabili’ dell’ Horcynus Orca. Apparentemente inscritto nella logica dell’indissolubilità (materiale) amore-morte, cui sembra alludere il finale – a meno che D’Arrigo qui immagini una sorta di tecnica sessuale ‘tantrica’ (“no, non doveva essere fòttere per fòttere”). In cui cioè l’immersione e il silenzio tombale (“né veramente vivi né veramente morti”) non siano affatto simboli di morte, ma tutt’al contrario segnalino uno stadio di congiunzione e di beatitudine assoluta. In questa chiave iniziatica allora sarebbe da vedere l’intero ‘dibattimento amoroso’, puramente verbale fra l’Acitana e il Granvisire: e cioè non solo come ironica, caustica desacralizzazione del rituale d’amor cortese. Il quale, come si sa, dilatava con figure mitiche, quali Il cavaliere e la Donna cui egli si sottomette, il tempo dell’apprendistato – il tempo cioè dell’ immaginazione che è il vero fare l’amore. Certo l’ironia della narrazione darrighiana sembra mirare alla condizione degradata, alla crisi radicale della ‘maschilità’ nel tempo della carestia (dovuta alla guerra), ma il divertissement di fatto evoca il livello iniziatico.

E rimane in tutto questo una sorta di simpatia, di benevola pietas dell’autore per Caitanello, il quale, quando è venuta meno l’Acitana, perfetta incarnazione della femminella (esecrata dalla femminota Ciccina Circé come sua polarità), ha perso questo insostituibile gioco d’amore, il partner con cui unicamente poteva re-citare ogni volta la parte quasi con le stesse parole, comunque con gli stessi ritmi, con la stessa fiducia nella risposta.

Nicola Licciardello: ho inciso questo brano (qui diviso in 2 parti, per dare respiro all’eventuale ascoltatore) nel 2007.

8 aprile 2012

Questo brano conclude la prima parte di Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, un’opera ‘monstruo’ come l’animale cui si riferisce. E’ un’opera che a leggerla tutta, nell’edizione originale (Mondadori 1975, 1257 pagine) lascia come svuotati, incapaci di leggere e scrivere. Questo era il fine dichiarato: 15 anni di lavoro per “far coincidere i fatti narrati con l’espressione, la scrittura con l’occhio e con l’orecchio, rifiutando qualunque modulo che mi apparisse parziale, astratto o intuitivo, cioè non completo e assolutoriscrivere, rifondare il periodo e ‘mirare’ il vocabolo finché non giudicavo d’avere raggiunto l’espressione completa, fino al momento in cui guadagnavo la certezza che il risultato ottenuto fosse quello giusto e definitivo, che la totalità lessicale, sintattica e semantica fosse realizzata, che, sulla pagina finita, la scrittura ‘parlasse’ ”. Che la scrittura fosse divenuta interamente voce, narrazione orale: come se una voce ci avesse raccontato per giorni, e giorni e notti una storia – fantastica, incredibile, grave e tenebrosa, ma una storia ‘vera’ (nella breve stagione della tanto attesa pubblicazione si disse: Omero, la Bibbia, Melville, Joyce…), perché ‘vera’, completa è la voce narrante, che proprio come sa fare un antico narratore, interpreta tutti i personaggi, traduce e ripete, ‘canta’ l’intera, tragica storia. E che cosa si può ancora leggere dopo che un narratore così ci ha incantato davanti all’abisso del mare per un tempo che ci pare infinito, perché ogni cosa è stata detta in ogni suo aspetto possibile ? D’Arrigo è veramente l’Orca che ha s-terminato la scrittura del Novecento. Così, è un paradosso che quest’opera intrinsecamente orale nessuno abbia provato a leggerla dal vivo, a darle una voce ‘reale’. E così, esortato anche da qualche amico, ho provato a inciderne qualche brano, essenzialmente perché è il siciliano la lingua darrighiana che fagogita ogni altra, che l’assorbe in un personalissimo sincretismo, come l’ “antropofagia” culturale del Brasile – e la mia lingua nativa è il siciliano.

 Ciccina Circé è più di Circe-Calipso, è qualcosa di archetipico, sirena e maga, iper-Femmina (“femminota”): prostituta sacra, traghettatrice contrabbandiera, ammaliatrice di delfini (“le fere”) e annuciatrice di morte – che qui abbandona al suo destino il protagonista, quasi comicamente disperato di non aver capito che cosa ha vissuto con lei.

BAUBALI JAIN PILGRIMAGE

30 marzo 2012

BAUBALI JAIN PILGRIMAGE (19 febbraio 2012)

Si sale il monte di basalto rosa tenendosi allo scorrimano sinistro, fatto di tubi dell’acqua avvitati, ci sono ‘stazioni’ con portali in pietra, la vasca di Belagola man mano si allontana, il sole delle otto del mattino è oro, i piedi nudi aderiscono ai gradini inclinati di roccia, ci sono gobbe ripidissime, infine un porta immette oltre la prima cinta muraria, un’Acropoli. Colonne, templi, l’Odegal Basti è tripartito nelle 3 direzioni, col primo, il sedicesimo e il ventiduesimo thirthankar, statue enormi e identiche, poi il Padiglione Tyagada, che contiene solo un pilastro con intrico floreale, prototipo di Art Deco – e qui è il passaggio, da pellegrini a turisti e viceversa, la pulsazione dell’evento – più di metà (si) fotografano, tutti hanno almeno il cellulare, e vogliono apparirvi: per dimostrare una devozione reciproca, oltre che per sé, la prova reciproca d’esser (stati) lì, turisti-pellegrini.

Pochi badano al padiglione più piccolo, giusto prima della scalinata al Gomateswara: il suo quinto pilastro, centrale, è la statua splendida, singolarissima e inquietante di Gullakayj, la vecchia che aiutò il re Chamundaraya a inaugurare il Bhaubali versando del ghee o burro fuso. Bellissima e raggiante, perché si tratta della dea Padmani Devi, assistente di ogni thirthankar.  Paradosso della trascendenza affidata all’arte, la religione come arte.

E l’arte come prosecuzione del gioco della natura. L’ultima complessa scalinata al Gomateswara, con Laxmi e gli elefanti sul timpano, è incastrata nella roccia, che sporge negli angoli più improbabili, è un supporto alla natura, essa stessa sacra.

Del Bhaubali da lontano appare il busto, mentre qui in cima, nel cortiletto dove s’alza per quasi 18 metri appare piccolino, un idolo bianco, quasi un dessert di ghiaccio vivo appena formato – ‘falso’ e ‘kitsch’ dice l’occidente, ovvero irreale e dolce, una creazione collettiva di buon auspicio, ai cui piedi la pooja chiama alla ‘comunione’, con l’iniziazione di ognuno, unto e segnato in fronte dal brahmino – al quale dà un’offerta libera. Allora si può ballare nel cerchio sacro, offrendo in tripudio la propria noce di cocco, e suonare, cantare, in responsorio al cantore.

India profonda cui è impossibile non partecipare, non appartenere – tanta è la grazia, l’innocenza infantile di questi riti, pellegrinaggi senza dolore, devozione senza fanatismo, comunità del momento, differenza senza separazione, gentilezza e gioco della festa senza tragedia, puro omaggio, ringraziamento al dio: un uomo che è divenuto Dio, essendogli riconosciuto un valore sociale fondativo: il principio, il pensiero e la pratica della postura meditativa… seduto o in piedi (Kayotsarga) la preghiera è qualcosa che si fa col corpo intero, una funzione biologica. Non un sacrificio cruento. Che si onori, in via di principio, qualcuno che con la sua “mite fermezza” è riuscito a liberarsi in vita (jivamukta), a divenire un illuminato che irradia energia – è un fondamento per la stabilità del sistema sociale indiano.

Sono uscito con le dita formicolanti, come dopo una seduta di meditazione o una sequenza di Tai Ji.

Forse quando nel Partenone c’era la statua di Athena Parthenos ricoperta d’oro, anche i greci ballavano, o alcuni di loro, secondo la democrazia stocastica da loro inventata. Forse è passato troppo tempo, di quel che era abbiamo solo gli scheletri, Aristenemi lo scultore del Bhaubali scolpì la statua nel 981, 1500 anni dopo. Ma ancora dopo un millennio gli indiani hanno saputo mantenere questi riti, per la loro felicità. Ancora per quanto ? 

QUALCOSA DI BENE ANCORA

24 marzo 2012

‘L MAL DE’ FIORI

Sergio Fava enumera le figure di questo corpus barocco (controcanto anche alla scultura, dal Bernini a “Michelaccio l’Angelo”, al neoclassico “MinchioneWinckelmann”) – figure che sono poi quelle prosodiche di Bene “straniero alla sua lingua” (e al pubblico): sprezzatura stilnovista, ariostesca (o meglio, cervantina), maccheronica fierezza, acido corrosivo di Laforgue, eroismo rabelaisiano del ridicolo, virulenza comica, costante hölderliniana e campaniana. Sono le tonalità emotive, tipiche e popolari, qui disanimate e straniate in una gnostica “nostalgia delle cose che non furono mai”, nella “nolontà di non essere mai stati” – bordone andante un poco maestoso del poema. “Non mi ero mai imbattuto nella nostalgia delle cose che non furono mai” dice nell’ autointervista, ma il “da sempre mancato, il nomadismo” contamina tutto il poema come la “similvita”: dalla donna e l’amore (“cosa eri, tra cose”, “questo ch’è tuo non essere mai stata”, “Noi non ci apparteniamo. E’ il mal de’ fiori / Tutto sfiorisce in questo andar ch’è star /  inavvenir / Tutto è passato senza incominciare”), all’eros stesso – la cui imperdonabile colpa è di essere anche Logos, pulsione coito-logica della copula, ciò che – dicendo è – produce l’orrore della maternità e “resurrezione” (nel senso di moltiplicazione della specie).

Una sintassi ossimorica màcina il flusso della natura in-animata dal dolore: “Vanito ‘n apparir Somiglia ‘l sole / in sorger tramontato”, “Di non morir si dole forse di / non essere quel fiore non mai stato”. Dove mai può esistere con-jugazione, e dove gli enjambement spezzano il ritmo della frase, la logica della voce – alla quale anziché darlo, tolgono il respiro. Carmelo Bene senza respiro ?  Certo, come voce il cui fiato mai aderisce all’ordine emotivo,  al senso “poetico” – ma asincrona e fuori campo va azzerando le differenze fra pensiero organico e minerale – parola pura nel suo stroppiarsi in “ricetta farmaceutica di controindicazioni” o in musicale impromptu – collane di perle, accordi e dissonanze alla Keith Jarrett. Bene ‘italianizza’ così lo s-parlarsi addosso fisiologico, chimico, ideologico della totalità dei corpi, svuotando l’inconscio rivendicare un’anima inesistente (“Come se si potesse essere autori di qualcosa !”), in una ‘naturale’ sfigurazione della lingua – cortocircuiti verbal-fonici o imprevisti smottamenti fra un idioletto e l’altro – e giunge a una ‘alchemica’ nigredo o combustione in cui il tantra orientale si assimila alla nostra pornografia, appagamento senza desiderio. 

Contro la “ruminazione, digestione, fonazione e flatulenza di ogni arte poetica”, è “il Cordelcorp al di là del desiderio”, e questa voce “non tua non mia”. Quasi le stesse parole di Kerouac (“Nulla è mai avvenuto”) più che nihilismo declinano qui un neoartaudiano kamikaze culturale – eppure devono pure accadere versi come: “Niente ha fine se non fu”, “nel punto questo / il solo istante della vita”, “v’è inciso un al di là del dispiacere di che manca salute”. Vive la sanità soltanto dell’insania, un’eternità non dorata, ma in bianco e nero – che nei film è coloratissima apologia dei “cretini che vedono la Madonna e hanno ali improvvise” – l’impossibile nolontà mistica “d’essere il più gentile, il più cretino”. Trans-poesia ‘glocale’ più d’ogni altra forse destinata alla scomparsa, dicendo ciò che sempre più è, sarà, è stato – il mai avvenuto svanir dell’illusione.

NICOLA LICCIARDELLO (da Voci di trans-poesia dalle Americhe a Carmelo Bene, in    “Italianistica”, Sao Paulo 2008

QUALCOSA DI BENE

24 marzo 2012

CARMELO BENE morte-22 MAR 2002

DANZA IL DOLORE A KALAKSHETRA

8 marzo 2012

DUKKHA Danza il dolore. KALAKSHETRA (Madras) 26 febbraio 2012.

Kathak di Parwati Dutta. Musica, flauto e voci dolcissime, Parwati non è snella, ma è leggera, quasi vaporosa, quanto solida nelle posture, sfumata nei mudra del volto, implacabile nel sorriso. Dichiara ogni sequenza prima al microfono, dettando il ritmo: DA DA GA’, Taketiketun Tata, DA DA GA’, TakeTaketiketun… poi esegue, ruota levitando, tornando e finendo la sequenza al beat assoluto – l’unisono, o l’ottava del beat del tablista – guardando fisso, in trionfo, lo spettatore. Continui applausi a scena aperta. I ritmi si fanno sempre più rapidi, di mezzo tono, di un quarto di tono, di un 27esimo… oppure asincroni, ora li esegue coi crotali alle caviglie, poi vola, svolge e riavvolge, coglie e offre, allontana e accetta, crea e dissolve, scrive, ringrazia, prega, ottiene, offre… soffre infine nella descrizione a parole, ma preciso il Da Da Gà – senza sforzo continua a esser Detto e Danzato il ritmo assoluto. Chiude con un ultimo DA – DA, quasi lento, è un canto di dukkha, di dolore. La chairwoman informerà che 5 giorni fa è morto il padre di Parwati, e questo lei ha danzato. Offrendo intero il suo dolore nella danza disciplina, trasfigurando così, bruciando il suo karma. Ciò che commuove non è il sentimento per il padre perso, bensì il modo del suo superamento: la bellezza della forma, l’intensità dell’esecuzione, l’Invisibile, il sacro che in lei ha vibrato.  Come la sobrietà del congedo, con il premio simbolico (un libro e un piatto di frutta) ricevuto in commossa umiltà – il congedo di tutti, pubblico e artisti, in questi che non sono affatto “eventi” (come i nostri), ma puri atti di servizio, senz’ombra di mondanità o compiacimento (sponsors ignoti), pura celebrazione di chi ha ‘scritto’ nella storia dell’arte indiana. In occidente sarebbe inconcepibile, un Festival gratis ogni 4 anni (compleanno di Rukmini Devi il 29 febbraio), fosse Isadora Duncan o Pina Bausch: non solo abbiamo gli sponsors, cui non basta esserlo ma devono esibirlo, per una questione di potere – ma il pubblico deve pagare comunque, la finanza deve rifinanziarsi, e poi gratis vorrebe dire qualcosa che non ha valore.

La chairwoman prima, quindi io e pochi altri seguiamo Parwati per salutarla. “It was my duty to dance, a necessity”, ribadisce – “but so loving and purifing”, aggiungo. Talvolta organizzo serate di poesia e danza, le dico, se capita in Europa… Risponde che sì, viaggia, e mi dà il suo bigliettino.

 

L’ULTIMA SPIAGGIA COMUNE

13 febbraio 2012

In questa spiaggia è rigorosamente vietato qualsiasi tipo di droga: una jeep della polizia va su e giù a controllare. La jam session è interamente affidata ai convenuti, ogni pomeriggio al tramonto. La musica è autoprodotta con strumenti portati sul luogo. Il ‘rito’ raramente si protrae dopo ora di cena. La domanda è: fa piacere a chi guarda dall’Europa, almeno ‘sapere’ che una cosa così esiste, la comunità con-venuta, la comunità dei qualsiasi, senza provenienza, ma QUI, a creare il meglio di sè, l’evento-bene comune, grazie per l’energia ricevuta dal sole e dal mare, alleggerimento, celebrazione… POTETE VEDERE ?

MARIA ZAMBRANO – LA FIAMMA

11 gennaio 2012

Questa prima parte de LA FIAMMA, nella traduzione di Elémire Zolla (“Conoscenza religiosa” 1977, 4) fu dedicata da María Zambrano in morte della comune amica Vittoria-Cristina (Campo). Compare ora, nella diversa traduzione di Elena Laurenzi, in María Zambrano, Dell’Aurora, Marietti, Milano 2000. Ragioni fonosimboliche e ritmiche mi hanno fatto preferire la prima versione, da me incisa nel 1994.

 

 

LINDSAY KEMP – REVES DE LUMIERE 1997

7 gennaio 2012

REVES DE LUMIERE (Venezia 1997). I sogni sono anche incubi, delirii, fallimenti di un’età postuma e globale. Ma le mani di Kemp sempre tengono l’energia, i piedi tengono la terra, ‘sciando’ come nel teatro Noh, la testa ovale irradia consapevolezza. Il prana emanato conferisce la magia del movimento che sempre fluisce senz’angoli e in ogni direzione.
Kemp è il dolce eroe della non-parola (mai), dell’arcaico “sorriso degli dei” (Genet). Il suo canto inudibile è qui un inno nello strazio del cigno che affonda (Nuria Moreno), il volo d’Icaro (Nijinskij che vuol essere dio), o l’Angelo dalle immense ali che brucia (come le rovine da cui fugge l’Angelo di Benjamin) e lentamente si riconsegna alla terra. Leggi tutto…

POETA CONTRO NATURA

7 gennaio 2012

Nei Comizi d’amore (1965), Pasolini intervista anche Ungaretti su cosa pensa di un uomo che “va contro natura” (l’omosessuale), ma la risposta del poeta è spiazzante e terribilmente ‘vera’. Ogni uomo è diverso da un altro, risponde, e in primis il POETA, evidentemente inteso come ‘poieta’: chi costruisce aggredisce la natura. La natura dell’uomo è di distruggere la natura: diciamo la sua “seconda natura”. Ma non è possibile che si formi una ‘terza natura’ nell’uomo, tale che egli non sfasci la natura, ma soltanto con esse operi delle circoscritte trasformazioni ?  Di tale possibilità hanno parlato tutti i grandi filosofi e mistici, e a questo limite si erano fermate, prima dell’invasione capitalistica, tutte le civiltà, piccole e grandi (incluse la cinese, l’indiana, la Nativamericana, etc)

MARIA ZAMBRANO – I BEATI

2 gennaio 2012

Nei primi anni 90 leggevo tutto di María Zambrano, era il suo tempo, il tempo della fine del suo esilio di 40 anni, e quello delle ultime opere, distillato di una vita di meditazioni, di “ragione poetica” come cifra della sua filosofia, giusto prima che finisse il millennio. Più ancora dei Chiari del bosco, mi colpì I Beati, una summa di distinzioni e connessioni fra le figure del “saggio”, del “santo” e del “beato”. C’è una tale pregnanza nella parola zambraniana (qui in bella traduzione di Carlo Ferrucci, Feltrinelli 1992), che la rende fragile e possente come fosse appena nata, e invece è l’ultimo stadio alchemico, dove sono consumate la tradizione classica, soprattutto stoica, con quella cristiana, soprattutto mistica. Los bienaventurados sono qualcosa di meno dei beati evangelici, ma forse aiutano a raffigurarli in qualcosa di più comune e terreno, a me ricordano i ‘matti’ scoperti dall’antipsichiatria negli anni 60, e anche gli artisti, i poeti beat, i sadhu indiani…

In quegli anni così decisi di leggere e registrare questi brani, perché tutto in occidente passa via con la moda, e invece così, su youtube, in questo àkasha o magazzino cosmico, tornano spero udibili e condivisibili. Non ho immagini plausibili dei beati, dei “poveri di spirito”, cioè completamente aperti allo spirito: ho dovuto usare foto di teatro, perché ormai solo il Teatro può trasmettere la Vita. Le mie fotografie scorrono comunque solo quale supporto tecnico alla voce, che a sua volta è solo un supporto della scrittura zambraniana.

FERLINGHETTI su DYLAN

1 gennaio 2012

AUGURI 2011-2012

19 dicembre 2011

TEATRO VALLE ROMA-ORCHESTRA MALANCIA

13 dicembre 2011

Al Teatro Valle occupato di Roma, 29 dicembre 2011, un momento magico di musica fino a notte inoltrata (dopo la Festa a Monicelli in piazza Madonna dei Monti) regalato dall’orchestra di fiati e bandoneons Malancia:

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FESTA A MONICELLI-ROMA

13 dicembre 2011

29 novembre 2011. Candele sugli scaloni della fontana in piazza Madonna dei Monti, un cerchio di gente attorno ai fiati per Monicelli, una ‘squadra’ affigge la targa “PIAZZA MARIO MONICELLI – MUOIONO SOLO GLI STRONZI”, mentre i fiati intonano Pecura mia. Grande commozione e ironia insieme. Leggi tutto…

LA ROTTA DEL MONDO

13 dicembre 2011


Provo a condensare il mio intervento di 4 minuti (infine saltato) al ben organizzato Convegno del 9 dicembre “La via d’uscita” – anche se ci vorrebbe almeno un libro. Ho negli occhi il simultaneo volto raggiante di Angela Merkel a Bruxelles, e il capo inclinato di Rossana Rossanda a Firenze. Vincitrice la prima, vinta la seconda. Rossanda torna oggi sul Manifesto per “Tre riflessioni urgenti”, con l’eufemismo “riformista” di un “noi” erede della sinistra storica e interprete dei movimenti attuali: “colpire la finanza con una tassazione forte, colpire gli alti patrimoni, reintrodurre un controllo dei capitali in direzione opposta alla formula tedesca, ridare fiato agli organismi comunitari, ricondurre la Bce a quelli che dovrebbero essere i suoi fini, riformare un gruzzolo, oggi dovunque scomparso per la crescita. Crescita vuol dire occupazione”. Tutto questo è il desiderio di tanta popolazione onesta, ma non è certo riformismo, è il programma di un partito rivoluzionario – con nessuna possibilità di attuazione. Pura testimonianza, nella coscienza della sconfitta culturale prima che politica della sinistra, che non ha saputo leggere in tempo lo tsunami neoliberista. Com’era bello, vivo di lotte e obiettivi da raggiungere il tempo dei Trenta gloriosi (1945-1975) !  Poi si è scatenato qualcosa fuori da ogni controllo. Nemmeno la vincitrice di Bruxelles infatti, e con lei l’Europa e i governi del mondo sanno come prendere il toro per le corna. Suicida viene da molti analisti definito il patto fiscale europeo, l’ostinazione elitaria della Germania, la manovra recessiva Monti, la porta in faccia di Cameron, lo stampare moneta di Obama, il mancato accordo sulla riduzione dell’inquinamento a Durban. La sindrome di Tina (“non c’è alternativa”) è planetaria, vincitori e vinti, governi e popoli sembrano condividere la stessa impotenza. Ma è davvero impossibile un’altra narrazione, un’altra immaginazione, un’altra “fede” ? La filosofia di Marx non era solo lotta di classe, era un orizzonte di trascendenza, una (buona) “fine della storia”. Ora la riduzione di ogni pensare al simbolo penitenziale del debito per il godimento (coatto) del trentennio precedente (Cristian Marazzi e Ida Dominijanni) “ci trasforma tutti in soggetti colpevoli”, che devono scontare. Ma un pensiero critico riconosce questi meccanismi, e potrebbe aiutare a risolvere le false alternative crescita/decrescita o democrazia rappresentativa/diretta – se fosse messo a contatto di gomito con esse. Uno dei problemi pervasivi oggi è non solo la contrapposizione identitaria di gruppi, ma la separazione dei problemi, l’assenza reciproca di ascolto fra teorici e politici, la poca biodiversità culturale. Bene Ginsborg con Landini, ma occorre osare di più. Perché non anche Tronti e la Dominijanni e qualcuno del no-tav ?  Ogni volta ritrovo più solo l’instancabile Guido Viale, e meno ‘traducibile’ il suo sistema ecologico, la sua perfetta razionalità. Occorre sia il fegato che il cuore e il cervello, per liberarsi dalla paura, e dalla colpa dello sfruttamento capitalistico. Occorre chiedersi se la crisi dell’Europa sia dovuta ai macigni della sua razionalità, unico continente il cui “sacro” è la moneta stessa (vedi dossier su politica e religiosità in Liberazione di ieri), e il suo oro ariano. Si potrebbe scoprire che forse c’è una razionalità nelle sue scelte di fatto di decrescita – un deterrente all’immigrazione extracomunitaria – e intraprendere un altro cammino, fra natura e solidarietà planetaria.

Europa, Scilla …

24 novembre 2011

Europa, Scilla o Cariddi

Oggi non voglio parlare come uno dei 99% indignati (che persino i Presidenti dicono aver ragione). Vorrei scendere negli abissi del migliorismo tecnocratico, e rispondere a Barbara Spinelli (Repubblica 23 nov) che siamo fra Scilla, la Finanza e Cariddi, la Povertà planetaria. Sposterei così i termini del suo bellissimo articolo, che non esce dall’ideologia Europea, quella che ha origini lontane, nella stessa Grecia con Platone, cioè con la scissione insanabile fra Anima e corpo. Se la “democrazia” ateniese di allora è l’ideale riferimento per la migliore Europa Federale di oggi, non si esce da una Kultur prussiana, nel migliore dei casi weimariana (come Spinelli paventa), qualcosa di completamente inadeguato a rifondare un’Europa. L’Europa (compresa l’Italia) infatti non vuole ideologicamente rinunciare al suo stile ‘massonico’, mentre è già “fuori di sé”, all’interno dei G20 e di tutti gli altri, e tutti insieme all’interno di uno squilibrio planetario delle risorse. Per aiutare l’Europa a non rifare gli anni 30 e 40, occorre che essa si pensi nel mondo, che si confronti, che negozi valori e misure ecologiche nel contesto planetario. Eppure gli staterelli europei, per paura di perdere l’elettorato interno, non vogliono rinunciare alle loro “identità” nemmeno per fare gli Stati Uniti d’Europa, proprio come una Padania che snobba l’Italia.

Ma se devo essere ecumenico (come il governo Monti), voglio l’impossibile: il 99% e l’1% insieme, dai precari ai massoni, tutti credo non possiamo oggi avere altro compito che trasformare il modello di crescita fondato sullo sfruttamento delle risorse e del lavoro in un modello di sviluppo umano equilibrato. E’ difficile pensare che questo Parlamento, o il governo Monti, o le sinistre  siano in grado di affrontare un tale mutamento di paradigma. Mentre il 99% è punito, perché senza rappresentanza. Il paradosso è che proprio i governi, la Bce etc stanno andando in tale ‘giusta’ direzione, con le misure restrittive che adottano di fatto accelerando quella Decrescita che affermano di non volere. Perciò ogni momento è kairos, favorevole, basta vincere la paura di perdere la “propria” (bloccata) identità e tuffarsi nel mondo, parlare, associarsi e organizzare i percorsi per le necessarie trasformazioni sociali e territoriali, per un Paesaggio vivibile.


JAMES HILLMAN – LA POTENZA DELL’IMMAGINAZIONE

3 novembre 2011

Dopo Steve Jobs, pioniere delle protesi comunicative nel terzo millennio, è andato via James Hillman.

Il messaggio “restate folli, restate affamati” del primo era forse già ‘incluso’ nel “fare Anima” di Hillman, che ha mostrato quasi da sciamano la resistenza delle immagini archetipe nella nostra anima. Leggi tutto…

FASTIDIOSE UTOPIE

31 ottobre 2011

FASTIDIOSE UTOPIE

L’articolo di Paolo Cacciari Come si esce dall’economia del debito (Manifesto di sabato) illumina una sua ‘performance’ al seminario di Ferrara (25 settembre), in cui invocava l’unica cosa che manca alla sinistra: “una soggettività politica che abbia il coraggio civile e intellettuale di prospettare un sistema di valori etici e di regole sociali all’altezza dell’odierna crisi di civiltà”. L’unico modo di uscire dal debito (agli investitori) è non pagarlo, perché esso è inestinguibile – così come l’unico modo di uscire da un ricatto è dire apertamente la verità. Se ognuno di noi nasce con un debito di 30.000 €, l’unico modo di liberarsene è non accettarlo, infatti tecnicamente non è vero. Ma proviamo a vedere la cosa dal punto di vista della finanza. Se è vero (molte analisi concordano) che le misure imposte dalla Bce indebiteranno maggiormente gli stati cui essa concede prestiti, ci si può chiedere perché mai l’UE voglia il suo stesso declino – o è la Germania che vuole gli altri stati indebitati con lei ? O non da sola, sta negoziando con Cina India Brasile una cogestione del debito internazionale ? Ma al di là di questi rapporti, è possibile che la Bce, il Fondo Monetario etc non abbiano capito che un’economia fondata interamente sul debito e sull’ipoteca del futuro non può proseguire all’infinito, perché si allontana troppo dall’ecologia delle risorse (lavorative e naturali) ? O siamo noi, precari di un paese precario, a non aver capito che non è affatto così ? E cioè che questa non è affatto la crisi definitiva del capitalismo, e anzi i suoi settori di punta come bioingegneria, ricerca atomica e spaziale sono lanciatissimi e su di essi convergono i maggiori investimenti – il resto, produzione, consumi, umanità non importano. Se così fosse, il no dei precari e dei giovani occupanti Wall street o la Puerta del Sol sarebbe più che un bene comune un “male comune” – difficile comunque da curare. Se invece la Bce, l’Europa e tutti  non ci credono, ma fingono di credere che il sistema del debito possa andare avanti indefinitamente, perché non possono dichiarare il crollo del paradigma metafisico e biopolitico (tutti i cittadini devono a priori essere indebitati) – allora le “fastidiose utopie” (ironizza Cacciari) hanno almeno un’altrettanta ragion d’essere: uscire dal Pil “mettendo la cura e la fruizione dei beni comuni al centro della nostra idea di società”. Ma questo non può essere frutto di una mera “soggettività”, Cacciari lo sa, ma conclude: “è urgente che qualcuno impartisca nuove istruzioni all’economia”. Qualcuno, o forse uno spirito più “oggettivo”, una necessità storica più forte delle password finanziarie – che bloccano i flussi in nome del profitto – la necessità di riconoscere nella donazione reciproca la vera linfa sociale – suggerisce Pierangelo Sequeri in Bene comune e dignità umana.

JOSE’ LEZAMA LIMA: dall’ex sito “lezama.it”

25 ottobre 2011

 José Lezama Lima:

il “cubano universal” e la danza

di Origenes


 


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OCCUPIAMOCI MEGLIO DI NOI

16 ottobre 2011

OCCUPIAMOCI DI NOI

Non so se dire “purtroppo” non c’ero: lo sbandamento e la frustrazione delle centinaia di migliaia di “pacifici” porta a non rimpiangere di non esserci stato. Certo qualcosa di forte avrei vissuto di persona, ma l’interpretazione dell’insieme ? Ho visto tutti i filmati disponibili, che non sono la realtà, ma la rappresentazione dominante della realtà, quella mediatica politica, incentrata sugli episodi di violenza. Prima che interrogarsi sulla loro origine, diciamo che la loro sovraesposizione mediatica è un segno preciso della direzione in cui va il “sistema Italia”. Il Manifesto è una lodevole eccezione, Parlato ne accenna appena: “inevitabile” che accadessero (con il livello di disoccupazione galoppante), aggiungendo “è un bene, è istruttivo” che siano avvenuti. D’accordo. Ma quanti decenni di (auto)istruzione ci vogliono perché un movimento cresca abbastanza da creare gli strumenti immunitari necessari al suo consolidamento propositivo ?  Qualcuno su facebook ha evocato l’efficienza dei vecchi servizi d’ordine del PC: ma non era solo quello, era un intero sistema simbolico, un ordine razionale che oggi non si danno – gli Indignati devono ricostruirsene uno. Ma non è possibile elaborare l’indignazione in proposte politiche nel corso d’un corteo – che, nel caso specifico, mi è parso ricco nel numero e nel “potenziale” ma sguarnito, torrenziale, povero di teatralizzazione. Non vorrei essere ingeneroso, ma Berlino, Londra, Bruxelles, e soprattutto la lunga esperienza di Puerta del sol e l’ultima arrivata, quella di Zuccotti Park (Occupy Wall Street), hanno mostrato una maturità organizzativa, gestionale, politica tuttora impraticate in Italia. In un semplice corteo non si decolonizzano vent’anni d’immaginario berlusconiano. Le due cose importanti che Naomi Klein ha detto al Parco: che il movimento per crescere deve mettere radici in un luogo e che decisivo è “come ci si tratta l’un l’altro”. Ecco, qui in Italia ci insultiamo, e a volte magari non vediamo l’ora di fare la manifestazione per tornarcene ai nostri ‘affari’…per cui non possiamo occupare, cioè abitare insieme un luogo, come al Cairo, come a Madrid, per riflettere, elaborare, produrre modelli cooperativi. Vorrei essere subito smentito (per esempio c’è il Teatro Valle occupato), e mi spiego: non è che manchi la generosità e l’entusiasmo, mancano la pazienza, la resistenza, il coordinamento, la radicalità. Sono vizi antichi del movimento italiano, e senza un’autoeducazione implacabile e condivisa non si potrà costruire il primo dei beni comuni, la fiducia nella forza politica collettiva.

 


QUALE CLASSE RIVOLUZIONARIA ?

8 settembre 2011

MA DOV’E’ LA CLASSE RIVOLUZIONARIA ?

Compagni, scusate – sono un pensionato da novecento euro al mese, proprietario dell’unica, modesta casa dove abito in campagna – posso dire “compagni” ?  Lo so, a tanti non è dato nemmeno questo, non mi lamento della mia condizione, perché l’ho scelta. Esodo da qualsiasi carriera e dalla città – rimanendo uomo di lettere, perché è difficile cambiare davvero vita (a 65 anni col diabete). A quelli che sono rimasti in città – senza voce, senza ruolo, senza comunità (e sono milioni) dico “compagni”, perché a tutti la storia ha riservato un’analoga sorte di esilio. Cos’altro possiamo (dobbiamo) manifestare se non la nostra impotenza ? Quali altre manifestazioni, indignazioni, occupazioni, irruzioni sono più autentiche e politicamente più incisive ? Si dice Sbilanciamoci, si dice uniticontrolacrisi, si dice rete@sinistra, viola o arancione: uno dei problemi per la costruzione dei beni comuni è proprio la frammentazione, l’autoreferenzialità di gruppi sempre più “individui”. L’esilio è comune ai singoli, ma questi non formano una classe – nonostante i bei trattati di Negri a Agamben – se non nell’effimera gioia dei cortei.

Compagni, avevo studiato e mi era parso di capire che i rapporti di produzione cambiano quando sorgono nuove forze produttive, gestite da una nuova classe protagonista. Ora, o pensiamo che (già negli ultimi tre decenni) una nuova forza produttiva c’è, e si chiama finanza internazionale, che produce denaro per 10 volte la ricchezza mondiale (sempre misurata in Pil). Oppure pensiamo che no, questa finanza padrona degli stati è solo una malattia del capitalismo, che si deve curare – non con manovre depressive, ma con misure per un’ulteriore “crescita” del capitalismo, proporzionata all’occupazione, cioè al lavoro. Ed ecco tutte le ricette keynesiane da sinistra, che talvolta giungono a denunciare le manovre della Bce – le quali appaiono, paradossalmente, esse sì orientate a una “decrescita” ! In tutta questa entropia, se non vogliamo credere alla finanza come classe rivoluzionaria, ciò che è invisibile è proprio un’altra classe, che incarni un nuovo modo di produzione. Forse c’è, Guido Viale non si stanca di evocare sinergie e sperimentazioni orizzontali, ma è una classe che non si smarca dal mercato, non si staglia come alternativa – nei beni prodotti, nel modo di produrli, nel modo di venderli. Dovremmo scovarla, imputarla alla trasformazione, trasmettere esempi ecologici, oltre ad essere creativi nel web. Dovrà cambiare il vocabolario, e quindi il pensiero: nell’immaginario anche dei più indignati di noi è assente l’inoperosità, l’ozio in comune, la poesia – cioè la costituzione dell’uomo, diceva José Martí.


IL CIELO APERTO DEL CORPO – Fabia Ghenzovich

4 settembre 2011

ALL’ASCOLTO DEL CORPO PROFONDO

  “Questo libro è corpo vivo – scrive Chiara De Luca presentandolo (Kolibris, Bologna 2011) – che di pagina in pagina si schiude, chiarisce e svela nella pace del foglio bianco, restando vibrante e vivo sul finale aperto dell’ ‘Io inverso’, del corpo in versi”. Leggi tutto…

VERSO L’IMPLOSIONE

12 agosto 2011

Mancano persino le parole per un commento sulla crisi d’Europa, del capitalismo occidentale e mondiale, e sulla disperazione in cui interi popoli vengono abbandonati. Mancano le parole e abbondano le analisi, le ricette ma non la terapia – perché è troppo tardi, perché occorrerebbero immediate azioni (non quelle di Borsa), cioè decisioni politiche comunitarie radicali, a tutti i livelli. Ma nessuno ha il coraggio di cambiare la “rotta” d’Europa, come l’ha chiamata con efficacia Rossanda. I terremoti finanziari sono il brodo naturale per “i mercati”, ossia gli speculatori, gli “usurai” del debito, come scrive Tonino Perna – mentre ai politici il sentirsi tremare la terra sotto i piedi rinforza le risposte autoritarie, perché non c’è  più il tempo di “fare filosofia”, si salvi chi può. Può far sorridere, se non fosse tragica, la retorica di chi si chiede come mai è potuto succedere un nazismo, quella volta, in Germania. Ma almeno di una cosa ci si può rallegrare: il capitalismo non ha più nemmeno i soldi per fare la guerra. Oggi Asor Rosa torna a gettare l’allarme, con qualche ironia verificando la sua prognosi su “un governo del Presidente”, che però è andato nella direzione opposta a quella da lui auspicata. Ma il Presidente serve solo a rassicurare i mercati sul proseguimento della rotta finanziaria. E’ come se in un affollato oceano navi, barche e barchette avessero tutte il timone bloccato in un’unica direzione, il neoliberismo, il massimo profitto privato – come se esistesse un luogo fisico dove realizzarlo. Un’idea folle, che non esisteva prima di Colombo. Le navi e barchette sono destinate ad andare in secca, se viene prosciugato il mare, cioè il benessere collettivo. Per contrastare tutto questo, per sbloccare quel timone e imboccare un’altra direzione, non basta ammutinarsi, occorre semplicemente prepararsi a una Rivoluzione, a un’altra meta – nulla è ancora successo, scriveva Kafka, questo non è più il tempo di aspettative, ma dell’attesa (dell’implosione), aggiuge Gianni Celati. Una rivoluzione comunitaria, informatica ed ecologica, forse. Che riparta da una gestione condivisa del territorio.

le nostre velette, se le porta tutte il vento

DECRESCITA O EVOLUZIONE ?

18 giugno 2011

DECRESCITA, TRANS-CRESCENZA, EVOLUZIONE

Metafore fra neoliberismo e gestione partecipata dei beni comuni

Il libero esercizio di critica serve a verificare i concetti e le metafore, cioè le parole-chiave che in un con-testo hanno valore vettoriale, dinamico, trasformativo. Ma Tiziano Cavalieri (Manifesto sabato 18) rileva “contraddizioni” nell’articolo di Viale (Manifesto giovedì 16), mi pare mostrando di non averne colto la portata. Vedo invece coerente alla direzione di Viale la parola “trascrescenza” introdotta da Ugo Oliveri (lo stesso sabato), a proposito della nuova gestione del comune di Napoli. Scriverei e direi “trans-crescenza”, perché anche il suono e il senso sono importanti. Un crescere che trasforma chi cresce, un che di biologico e anche simbolico, che riguarda il lavoro quale bene comune. Contro Viale, che nel suo articolo rifiuta il paradigma della “decrescita” in quanto “ambiguo, speculare a quanto ci viene presentato dagli economisti mainstream”, polemizza Paolo Cacciari (sullo stesso Manifesto di sabato), ribadendone la necessità in senso macroeconomico ed etico. Ma è proprio questo orizzonte del ragionamento che la visione di Viale intende superare, già nella sua formidabile invettiva e sfida alla logica finanziaria che strangola ora la Grecia e domani l’Europa: “il problema è se al passaggio obbligato del default si arriverà dopo aver spolpato lavoratori e popolo di tutto ciò che hanno conquistato nel secolo scorso e aver svenduto alla finanza internazionale tutto il vendibile…oppure se la dichiarazione d’insolvibilità arriverà prima, perché la mobilitazione popolare e il timore della sua moltiplicazione in molti altri paesi avrà imposto al governo greco e all’Unione europea un cambio di rotta”. Quindi fa l’esempio dell’Argentina, dove “lavoratori e comunità hanno preso in mano il destino di molte aziende”. Non perché essi siano in sé migliori, più eguali, sobri e virtuosi degli speculatori finanziari, ma perché, abbattendosi prima su di essi la scure economica, trovino la via d’uscita responsabile, apripista per gli altri. Facendo, come si dice, di necessità virtù, non di virtù necessità (che sembra la linea Latouche-Cacciari). La “conversione ecologica” di Viale è difficile da com-prendere, proprio perché argomenta col massimo raggio possibile l’utopia concreta dei nostri giorni, descrivendone la complessità di articolazioni, a partire da cittadinanza attiva e amministrazione locale (come suo referente più prossimo) fino alle scelte di governo e di governance mondiale. Autonomia energetica, gestione del territorio, agricoltura e riciclo rifiuti locali, implicano nuova ricerca ed educazione (“ciclo materiale e simbolico degli oggetti”), mobilità e consumi condivisi, etc. Non c’è campo in cui non si eserciteranno le virtù, personali e collettive, se il “pensare globalmente” è ecologico (non globale capitalistico), cioè quello del ricostruire, di far-bene-in-comune. E qui voglio ricordare il ruolo ‘costituente’ della poesia, dalla creazione di slogan di lotta alla memoria e alla rifondazione della comunità. Ne parleremo negli incontri dal 23 giugno al 24 luglio nell’ambito di una mostra fotografica sulla poesia performativa a Padova, S.Gaetano (info 3661565099).


FIUME DI POESIA A PADOVA

17 giugno 2011

Il Fiume di Poesia sta finalmente arrivando a Padova, lasciamolo scorrere

Ecco il calendario degli eventi, a partire dal 23 giugno: Leggi tutto…

JENNIFER CABRERA hechicera de La Palabra a la Giudecca

29 maggio 2011

JENNIFER CABRERA FERNANDEZ hechicera alla Giudecca

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L’ARCA SELVATICA

29 maggio 2011

E come recensire L’ARCA SELVATICA  della cara ‘nemica’ Ferni Leggi tutto…

DALL’ALTO E DAL BASSO

19 aprile 2011

DALL’ALTO E DAL BASSO

Sulla contestata ‘provocazione’ di Alberto Asor Rosa (Manifesto 13 aprile, rincarata oggi), alcune riflessioni. La prima di metodo: non si può dubitare, non solo della buona fede ma delle convinzioni democratiche di Asor Rosa, occorre allora cercare di capire meglio il suo ragionamento. Che, come sempre, segue la rigorosa logica del “se è vero che”. Se è vero lo sgretolamento della Costituzione, l’asservimento parlamentare e mediatico, il dilagare della corruzione, la delegittimazione della magistratura e della scuola pubblica (per non parlare della contrattazione nazionale del lavoro) – allora stiamo assistendo all’avanzare di una dittatura. Pervasiva, totalitaria, irreversibile: un sistema di potere fondato sulla legge della giungla, o meglio della finanza più forte, privata e armata. Un sistema che andrebbe anche oltre il consenso ‘popolare’ alla persona di Berlusconi. Un potere in qualche modo regale o imperiale, osserva Scalfari. E Asor Rosa non intende salvarsi la coscienza, evocando la stanchezza di Vittorio Emanuele e di Hinderburg, che in anni di crisi aprirono al fascismo e al nazismo – piuttosto rileva che “non c’è più tempo”, perché siamo come a quel tempo. E allora, se è anche vero che “non sempre le masse hanno ragione, ma non c’è ragione rivoluzionaria che non passi attraverso le masse” – come ricorda oggi Loris Campetti nella recensione alla Riconversione ecologica di Guido Viale – Asor Rosa non sta negando il valore delle lotte sociali presenti, anzi ne sta confermando la necessità: dice solo che l’indignazione non basta, e che la Sinistra non ha un programma. E se non c’è più tempo nemmeno di chiedersi perché, egli invoca una sorta di contro-golpe, il sussulto di uno stato illuminato, più forte in quanto in grado di anticiparlo. Senza nominarlo, e senza chiedersi perché il presidente Napolitano abbia nel novembre scorso concesso a Berlusconi un mese di tempo per difendersi dalla sfiducia, ora credo sia rivolta a lui l’invocazione di Asor Rosa. Un Presidente della Rapubblica che per saggezza e prudenza gode di un’enorme fiducia, e l’unico a poter decidere se continuare un logoramento in trincea o agire, sciogliendo le camere. Circola già nel web una petizione in questo senso (http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2011N8898).

Ma certo il Presidente, come tutti noi, attende un segno, o la concretezza di un sogno: che so, Montezemolo che produce biciclette elettriche sui modelli di Leonardo, o un ministro che scriva un libro sul cinema.

https://nicolalicciardello.wordpress.com


AMORE DEI CONTRARI

21 marzo 2011


NO alla “no fly zone”

10 marzo 2011

E’ urgente manifestare opposizione alla “no fly zone” in corso di approvazione da parte ONU, NATO, UE, o solo Usa e Inghilterra: a dispetto del suono soave (di zanzara) la NO FLY ZONE  non è che l’INIZIO DI UNA GUERRA MONDIALE NEL CUORE DEL MEDITERRANEO, a pochi km dalla Sicilia, con conseguenze (im)prevedibili di: (centinaia, migliaia ?) uccisi per errore da fuoco amico, coinvolgimento di potenze militari mediorientali, iraniane, etc, rialzo ulteriore del prezzo del petrolio, embarghi, repressioni ai movimenti di pace e democrazia, e chi più ne ha più ne metta.

QUESTO E’ UN APPELLO A CHI (SINGOLI, ASSOCIAZIONI, PARTITI..) E’ CONTRARIO A QUESTA CRISI BELLICA, DI CUI A GUADAGNARCI PUO’ ESSERE SOLTANTO CHI HA GIA’ SCATENATO LA CRISI FINANZIARIA.

 

WESTERN CRIMES VS. INTERNET FREEDOM

26 febbraio 2011

Sì, i crimini italiani, europei, americani, cinesi etc. sono tuttora infiniti, a cominciare dalla vendita di armi ai dittatori passati e presenti. Tutti questi crimini sono dovuti alla necessità capitalistica di sfruttamento di MATERIE PRIME e MANODOPERA a più basso costo nei paesi che un tempo si chiamavano “in via di sviluppo”. Questo “sviluppo” c’è ormai in molte aree, e soprattutto c’è INTERNET, che virtualmente ‘azzera’ le differenze tra paesi industrializzati e non. Internet che permette così ai giovani di ‘saltare’ le frontiere della comunicazione, della informazione, della conoscenza, della mobilitazione. In una parola, di accelerare o attivare processi di formazione delle decisioni collettive, o almeno del peso della loro voce nello scenario politico, pur sempre controllato dai governi.

OBAMA, PLEASE, NO WAR

25 febbraio 2011

Concordo con i molti interventi che propongono corridoi umanitari, aiuti e soccorsi.

NON condivido proposte MILITARI di qualsiasi tipo, per quanto “umanitarie” si possano spacciare.

Non condivido nemmeno i giudizi di “condanna” per i dittatori, come se noi tutti fossimo giudici di un Tribunale Internazionale per i crimini contro l’umanità. L’occidente si lavi prima di tutti i suoi crimini e genocidi.

Mi piacerebbe – piuttosto che assistere alle geremiadi leghiste (razziste, etc) per la “minaccia” delle orde di profughi – mi piacerebbe che ‘giovani’ e auspicabili democrazie del Maghreb chiedessero loro di integrarsi in l’Europa, così come fa la Turchia. Questo risolverebbe una serie di problemi economici e geopolitici di grande momento. Ci penso perché, nonostante le differenze che sussistono fra Germania occidentale ed ex DDR, l’unificazione tedesca è un fatto acquisito senza troppe lacrime.

QUALE SESSO NEL CAPITALISMO GLOBALE ?

13 febbraio 2011

13 febbraio 2011

Quale sesso nel capitalismo globale ?

Non mi persuadono le pubbliche confessioni di maschilità berlusconiana di Christian Raimo (Il Lele Mora che è dentro di me, Manifesto 12/02/11) – cui preferirei la satira-verità di Qualunquemente – perché il disincanto del corrente linguaggio “realista” rischia di restare cinismo parassita di ciò che vuol denunciare. Già l’auto-da Fé non può più aver luogo in una società desacralizzata (senza pentimento-catarsi), nonostante le migliori intenzioni. E sociologicamente: se nell’immaginario maggioritario italiano c’è un Caimano con le sue illusioni di godimento, questo vale per gli uomini come per le donne. Tutti, almeno una maggioranza dell’80% sono complici o vassalli del suo impero, quello dello spettacolo (preconizzato da Debord) – da attori o da spettatori. Se l’interesse di una maggioranza qualsivoglia, “libertini di destra o moralizzatori di sinistra” (Ida Dominijanni, Tre desideri, Manifesto 11/02/11) fosse davvero per ciò che non si mostra, per ciò che non è visibile, la punta dell’iceberg sarebbe già disciolta al sole di una gran risata, e con essa tutto l’iceberg. Gli italiani e le italiane non reggerebbero però tre settimane in piazza: Al Tahrir è stata fatta da uomini, donne, anziani, bambini di ogni ceto, illuminati dalla fame e dal sogno di un avvenire. Sogno che per un giorno in Italia hanno saputo vivere gli studenti di Roma il 22 dicembre e gli operai della Fiom il 14 gennaio. Da qui, “uniticontrolacrisi”, e dalla protervia del caimano l’iniziativa delle donne “Senonoraquando”. Il grazie a loro non può nascondere la necessità del coinvolgimento di quell’80% spettatore. Nell’improponibilità di femminismi “di genere” anni ’70. Di essi, del “corpo-mente”, fisicità e parola” femminili, Dominijanni a un tratto si chiede  “c’è ancora, dov’è finita la sessualità come luogo di emergenza del desiderio e della soggettività?”, mentre con la Butler riconosce che la “vita psichica del potere non si può contrastare a suon di regole”. Nemmeno il metalinguaggio del “maestro assoluto” Lacan del resto può aiutarci a dipanare il mistero del non-desiderio nel capitalismo al tramonto. Perché il problema dell’iceberg è ben più profondo dello suo stesso spettacolo.

Diciamo allora che Ruby è un ‘uomo’, come le altre e come gli altri, tutti sottoposti al principio di prestazione e massimo profitto (che nel caso delle casalinghe o dei pensionati si riduce a cogliere le offerte di “convenienza” ai supermercati). Ruby è un ‘uomo che compete’ nel mercato globale, meglio o peggio della Marcegaglia non importa, l’essenziale è che non abbiano cedimenti ‘sessuali’, anzi che non abbiano nemmeno un’identità sessuale (da qui il fascino dei trans), bensì un profilo ‘professional’, magari su facebook. Questa è l’unica cosa che conta nella società nemmeno dello spettacolo, ma dell’apparire, cioè dell’apparenza. Società nemmeno “liquida” (alla Bauman) ma ‘liquidata’, ridotta a flussi di pixel comunicativi per cui le funzioni di scambio biologico (nutrimento, sesso, sonno) e antropologico (lavoro, raccolto, festa) sono un penoso impaccio. Altro che soddisfazione dei bisogni primari: il godimento, da tabù è divenuto miraggio, allucinazione, agonia. Bulimia di una “crescita” vuota, fino alla catastrofe. Questo è oggi ‘comune’, oggettiva soggettività.

Esistono tuttavia, percepiti poco come la salute, i beni comuni: acqua, aria, terra, energia, conoscenza, tecnologia. Ma perché ne cresca la consapevolezza, occorre essere convinti che il modello capitalistico non potrà che finire di distruggerli e noi tutti con essi, perché noi soltanto possiamo renderli davvero beni comuni, con un impegno possibile solo a uomini e donne insieme. Perché in Italia rinasca una parola vera, una condivisione, un po’ di grazia.


RISORGIMENTO CULTURALE

31 gennaio 2011

RISORGIMENTO  CULTURALE  ORA

Basta col cincischiare della casta politica, basta con lo spettacolo della guerra ai pm, basta con la frustrazione e l’impotenza del “popolo sovrano” ! Risorgiamo, nel 150esimo del Risorgimento che portò all’unità d’Italia, anche come uomini, ADERIAMO all’iniziativa di manifestazione delle donne per il 13 febbraio SENONORAQUANDO. Noi, popolo sovrano che ha “eletto direttamente il Presidente del Consiglio”, LO DEPONIAMO IN QUANTO NON IDONEO A SVOLGERE IL SUO MANDATO. E’ molto semplice, basta un guizzo di dignità per dirlo apertamente, dopo un ventennio di assuefazione al reality show di questo potere, machismo mafioso, competizione per il denaro-che-compra-sesso (‘equivalenti universali’) e tronfia ignoranza, che hanno fatto scivolare l’Italia nel più vergognoso dei tracolli dai tempi dell’impero romano (nemmeno il fascismo fu così deleterio per la struttura morale-culturale del Paese), dobbiamo dirlo anche come uomini accanto alle donne. C’è un altro Uomo in noi, che vuole altre espressioni di virilità, che vuole la cooperazione a un nuovo modello di civiltà, fondato sullo scambio, la condivisione, l’amore per la natura. Basta con la schiavitù di un lavoro pur che sia, vogliamo realizzare la promessa non mantenuta della tecnologia, la liberazione dalla fatica, dalla povertà, dall’ingiustizia. Noi, popolo sovrano, riprendiamoci la nostra “virtute e canoscenza”, liberamente e sempre connessi in internet, e fisicamente in piazza !

PROVERBIO MILANESE

31 gennaio 2011
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forse più di tante parole può valere un’immagine…


PADOVA UN FIUME DI POESIA solstizio 2011annuncio

22 gennaio 2011

PADOVA UN FIUME DI POESIA


Centro Culturale Altinate / S. Gaetano

21 giugno-13 luglio 2011

Voci, volti, locandine, libri, recensioni

dei grandi eventi di poesia a Padova

dal 1988 al 2008. Leggi tutto…

IL ‘GOLPE’ DI MARCHIONNE

5 gennaio 2011

Il ‘golpe’ di Marchionne mostra la sussidarietà dell’impresa italiana in questa fine della politica (post-imperiale), cioè nel momento in cui la supremazia capitalistica passa dagli Usa alla Cina. Sindacati e PD che si piegano al ricatto lavoro-purché-sia rinunciando ai diritti costituzionali fanno pensare ai prodromi di un neofascismo. Questo è ancora spacciato per progresso, entrata in una nuova era di “relazioni industriali” per la “competitività globale”. Ma è inutile ‘inseguire’ gli Usa o la Cina, che non tarderà anch’essa ad avere problemi di scala e di bolle finanziarie. E’ l’intero modello di “sviluppo” consumistico che non regge più. “Investimenti” solo su un regime di lavoro ottocentesco, per produrre che cosa ? Non una nuova mobilità, e nemmeno automobili innovative, ma ancora Suv e Jeep, che NON si vendono ! E’ la penosa follia degli imprenditori ‘coraggiosi’, ossia l’estremo tentativo di salvarsi dalla bancarotta, perseguendo un modello che distrugge il pianeta dopo aver distrutto la salute dei produttori.

Il lavoro è un bene comune, che può e dovrà sempre più esser gestito collettivamente per le esigenze di una nuova società, servizi e produzioni ecosostenibili, innovazione. Ma nessun governo può permetterlo. Spetta alla gente re-inventarlo, ritrovando la democrazia.

STUDENTI IN LOTTA PER LA VITA

20 dicembre 2010

LA VITA LOTTA PER UN FUTURO

Riguardando i fotogrammi della battaglia di Roma mi viene da piangere,
perché noi lottavamo per i Principi, per un altro mondo, per un Uomo nuovo,
nel punto più alto dello sviluppo, ma il “pischello” che geme trascinato via dai poliziotti,
o quello ferito che sorride loro, Leggi tutto…

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